Luciano Serra pilota: la rivoluzione mediale fascista tra patrioti superuomini e divismo (recensione)

luciano_serra_pilota_amedeo_nazzari_goffredo_alessandrini_008_jpg_fnmsRecensione del saggio di Giancarlo Chiariglione, Luciano Serra pilota: la rivoluzione mediale fascista tra patrioti superuomini e divismo  

Il periodo che va dalla prima alla seconda guerra mondiale è un momento cruciale nella storia della comunicazione di massa sia che lo si guardi dal punto di vista delle trasformazioni che riguardano i singoli media, sia che si privilegi il legame tra il sistema dei media e i mutamenti del contesto storico e culturale con i quali esso si trova ad interagire. Tanto nelle democrazie occidentali come nei regimi totalitari, conformemente alla crescente spettacolarizzazione del reale, la radio, i giornali e, soprattutto, il cinema con i suoi paratesti (cioè i manifesti, le riviste, i libri, i fumetti che anticipano, affiancano e prolungano la produzione e il consumo di un film) contribuiscono gradualmente a modificare la vita quotidiana di milioni di persone condizionandone i modi di divertirsi e di avere accesso alle informazioni. Diventano persino strumenti bellici. 

È a partire da queste premesse che studiosi della settima arte quali Vito Zagarrio, Gian Piero Brunetta e Raffaele De Berti da anni indagano le modalità tramite le quali i media fascisti sono entrati in competizione con l’industria del consenso americana per impadronirsi della mente degli italiani. È su tali basi che il ricercatore Giancarlo Chiariglione ha realizzato il suo interessante (per certi versi innovativo) studio sui sofisticati prodotti che l’industria culturale fascista ha messo in campo per contrastare il potente immaginario Made in USA. Il saggio Luciano Serra pilota: la rivoluzione mediale fascista tra patrioti superuomini e divismo pubblicato sulle prestigiose pagine della rivista «Il lettore di provincia» (gennaio/giugno 2015, anno XLIV, fascicolo 144) edito dalla Angelo Longo, infatti, colloca la pellicola di Goffredo Alessandrini Luciano Serra pilota (1938) e la sua riduzione a cineromanzo (di mano anonima, uscita come supplemento al mensile “Cinema Illustrato” di Rizzoli nel medesimo anno), in un’Italia ossessionata dalle avventure di celluloide, ma soprattutto dai comportamenti scandalistici, dalle libertà, dai consumi da favola di Chaplin, Greta Garbo o Errol Flynn che Mussolini pensa di sfrattare dalla testa della gente per sostituirli (la famosa legge sul monopolio per l’importazione e la distribuzione dei film stranieri in Italia) con la simpatia, la semplicità, soprattutto l’umanità («fare del cinema con la nostra gente» scrive il duce in un editoriale della rivista «Cinema») di Amedeo Nazzari, Alida Valli e Luisa Ferida. Proprio l’attore sardo, protagonista del film in questione, ci dice Chiariglione, capace di destreggiarsi tra vari generi e quindi di rappresentare al meglio l’ideale fascista di una comunità che mette in pratica con grande determinazione il «fai da te», in linea con quei processi di nation building, di «invenzione della tradizione» studiati da noti storici come George Mosse ed Emilio Gentile, personifica anche l’epopea di quelle nuove aristocrazie popolari che raccogliendo «il senso dell’eroico che promana dal Risorgimento e dalla Grande Guerra, il senso del sacro radicato nell’Italia rurale e paesana dove l’austerità e il sacrificio generano spirito di comunità, sano vitalismo», si mobilitano per difendere i simboli esclusivi dell’Italianità. Contro il bolscevismo, il liberalismo ma, verrebbe da dire, soprattutto contro la nascente société du spectacle et du consumérisme.

Se la pellicola sia «meno retorica» di quanto possa apparire ad una prima visione, il cineromanzo, invece, dovendo esplicitare il significato ideologico di quel patto di sangue che lega l’Italia del passato a quella del presente in funzione dell’imminente sforzo bellico e, soprattutto, volendo dimostrare di essere all’altezza oltre che delle pellicole, dei pervasivi romanzi, racconti e comics americani, cioè di un’industria culturale che sin dai suoi esordi si era proposta di soddisfare un mercato potenzialmente coincidente col mondo intero, arriva addirittura a celebrare, ci dice l’autore, «un regime diventato officina di una nuova virilità».

In realtà, come lascia intendere Chiariglione, il processo di nazionalizzazione fondato su personaggi quali Luciano Serra, Tazio Nuvolari o Primo Carnera (il Dick Fulmine umano), era destinato al fallimento, dato che la realtà magnificata da Hollywood, sorta di allotopo dell’Olimpo in cui materializzano esseri divini e si divinizzano persone comuni, avrebbe continuato a circolare nell’immaginario collettivo italiano, mondiale, subendo innumerevoli metamorfosi. Influenzando le altre cinematografie, diventando ancora più totalizzante.

Forse aveva capito tutto Giuseppe Bottai, ministro delle Corporazioni, che il 18 giugno 1931, battezzando la legge nr. 918, la prima di sostegno organico al settore cinematografico che destinava alla produzione il 10% degli incassi affermò «il Governo ha voluto aiutare l’industria a resistere all’industria straniera che porta sul nostro mercato quei film di varietà, fantasia, immaginazione che costituiscono una potente attrazione per il pubblico. Io vado raramente al cinematografo, ma ho sempre constatato che il pubblico invariabilmente si annoia quando il cinema lo vuole educare. Il pubblico vuole essere divertito ed è precisamente su questo terreno che noi oggi vogliamo aiutare l’industria italiana».

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Il sopra indicato saggio è stato pubblicato nel fascicolo monografico dedicato alla novellizzazione cinematografica in questione a sua volta incluso sulle pagine de IL LETTORE DI PROVINCIA, nota rivista semestrale di critica e cultura, fondata nel 1970 da Renato Turci insieme agli amici cesenati Cino Pedrelli e Bruno Pompili (inizialmente diretta da Tino Dalla Valle) e pubblicata dalla Angelo Longo Editore di Ravenna. Comitato di redazione: Domenico Berardi; Graziano Benelli; Bruno Pompili; Franco Contorbia; Franco Mollia; Cino Pedrelli.

L’edizione in questione della rivista Il Lettore di provincia è relativa al semestre gennaio/giugno 2015, anno XLIV, fascicolo 144. ISSN 0024-1350.

Titolo: Novellizzare il cinema. A cura di Eusebio Ciccotti.

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Presentazione della miscellanea da parte del Prof. E. Ciccotti:

Questo fascicolo monografico del «Lettore di provincia» è dedicato alla novellizzazione cinematografica. All’interno di questo megatema rientrano svariati sottogeneri: il film raccontato con o senza l’ausilio di foto da un critico, da uno spettatore, da un autore, da un attore; la recensione romanzata; la “riduzione” a testo letterario partendo dal film realizzato; la scrittura simultanea alla realizzazione del film del testo letterario, entrambi generati da un soggetto comune; la “vita” del set o di una sala cinematografica raccontata in forma letteraria; la biografia o l’autobiografia di attori e autori cinematografici, ecc. Insomma rendere racconto ciò che abbiamo visto sullo schermo attraverso i codici dell’audio e del sonoro. Naturalmente, il presente numero non poteva esaurire tutte le tipologie di novellizzazione e i suoi sottogeneri, ma, per questioni oggettive, ha preso in esame solo quelle forme di racconto che gli autori hanno ritenuto, in questo momento del loro percorso di ricerca, più vicine ai loro interessi.

Il Prof. E. Ciccotti presenta il saggio.

In Luciano Serra pilota: la rivoluzione mediale fascista tra patrioti superuomini e divismo, Giancarlo Chiariglione analizza una novellizzazione poco conosciuta: ossia, la riduzione del noto film di Goffredo Alessandrini Luciano Serra pilota a cineromanzo (di mano anonima), uscita come supplemento al mensile “Cinema Illustrato” di Rizzoli […] nel 1938». L’autore offre una nuova e interessante rilettura del Luciano Serra collocando il film all’interno di una teoria della ricezione che tiene conto della nation building in cui il film nasce e sottolinea come la cifra estetica, nonostante il retroterra nazionale e patriottico, sia «meno retorica» di quanto possa apparire ad una prima visione. Passando poi al cineromanzo, Chiariglione mette in evidenza come il testo letterario si faccia, invece, più retorico, pronto «a celebrare un regime diventato officina di una nuova virilità». Infine, l’autore lascia intuire che quando un racconto filmico va a collocarsi all’interno della tradizione di un fumetto già retoricizzato, non può sfuggire alla forma del prodotto editoriale fortemente connotato.

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