L’Italia unita tra francofilia e prussianismo

tripliceDopo la costruzione per via gerarchica dell’Unità di Italia il primo problema che si pose ai governi unitari fu la collocazione diplomatica, strategica e politica dell’Italia nello scacchiere europeo. Coerentizzando lo sforzo di “Piemontizzazione” dello spazio nazionale italico, buonsenso ed osservazione empirica vorrebbero una continuità tra le direttive geostrategiche piemontesi e quelle unitarie. Tale eredità, vista più come un problema dalla seconda generazione dei politici unitari (sorta fuori e fiorita dopo il 1870) si componeva sostanzialmente di un rapporto di subalternità a Parigi, sia in senso meramente politico-militare sia in direzione di un “gallismo” culturale. Il legame forte e saldo con cui Parigi teneva l’Italia era nato, sia secondo i “gallofobi” che i sostenitori di tale legame, nel 1859, quando Napoleone III, prendendo il comando delle truppe franco-piemontesi ad Alessandria, aveva ipso facto “commissariato”la lotta di unificazione nazionale, ai danni della credibilità nazionale italiana e dell’ “autorità dello stato italico” (De Launay). Tale legame, quindi, risultava tanto più odioso quanto più si era rivelato fondamentale ai fini dell’unificazione: una sorta di peccato originale, che aveva privato l’Italia di una “gloria privata” (Blanc) e del necessario bagno di sangue militare che avrebbe spezzato in autonomia le catene austriache: un tema, quello della mancanza di una battaglia vittoriosa del tutto italiana, ripreso sai dai conservatori filoprussiani (De Launay, Quintino Sella e Ricasoli) sia da patrioti libertari “di sinistra” (Pisacane e Mazzini). La problematicità quindi di coniare una nuova politica diplomatica, che tenesse di conto della proiezione a Sud-Est dello stato unitario e della sua vocazione marittima (considerazioni da sempre mancanti nei calcoli della diplomazia piemontese) si legava quindi con una certa insistenza al problema di “concludere” culturalmente il distacco dell’Italia dal ventre francese, di cui ancora soffriva le tare congenite di sentimentalismo e irrazionalità, come argomentato da Alberto Blanc. 

IRRAZIONALITA’ E SENTIMENTI CONTRO I CANNONI PRUSSIANI

L’Italia unita, composta da un un ben preciso segmento della grande borghesia e della nobiltà del Regno di Sardegna, non poteva non ereditare da quest’ultimo anche le sue tare e le sue mancanze culturali. Se si eccettuano gli ultimi decenni di regno di casa Savoia, dopo che i fatti francesi avevano spinto il Regno di Sardegna a rivolgersi all’Italia frammentata come terreno di espansione (1713, Pace di Utrecht, al termine della Guerra di successione spagnola), il regno sabaudo fu sempre debitore alla sfera di influenza francese una lingua, dei codici di governo e di una cultura “alta” che ne connotava le classi dirigenti.
Data la centralità del Piemonte nella fornitura di classe dirigente al nuovo regno unitario, tale tara e mediazione culturale trapassò nel neonato stato unitario, il quale tuttavia non aveva legami con la Francia distribuiti e ovunque caratteristici. Anche se in generale la cultura francese era pervasiva e costituiva di gran lunga la “civilization” preponderante tra le classi dirigenti europee,larghe zone del neonato stato unitario avevano avuto piuttosto influenze spagnole (Regno delle Due Sicilie) o del tutto autonome (Territori emiliani, Granducato di Toscana, ecc.). Questa discrasia culturale era peraltro già stata illuminata, anche se non con luce politica, tempo addietro: dalla gallofobia di un Alfieri (“il misogallo”, 1798) dalle polemiche di Gioberti (ne “Il Primato”, 1843) e ancor prima dalle rime di Leopardi.

Instillandosi nella polemica emintemente culturale della politica italiana unitaria, in perenne interrogazione di se stessa circa il modo più consono e stabile di forgiare una cultura prettamente italiana ad uso delle masse italiche, tale diatriba si colora di un certo dualismo. Da una parte si individua una cultura francese caratterizzata dal “sentimentalismo” e dalla “irrazionalità”, e dall’altra si scopre una cultura tedesca (prussiana) definita nella peculiare formula valoriale incarnata dal duo “industria e continenza” espresso dalla nuova Germania bismarckiana.
Per un Alberto Blanc, decano della gerarchie sabaude, la dicotomia è tra il “sentimentalismo” francese e il realismo dell’industria tedesca, cioè tra una Francia continuamene attraversata dalle convulsioni teoretiche e massimaliste e una Germania in cui il valore speculativo è tenuto a freno dalla scienza, dalla tecnica, e dalla matematica applicate alla produzione. In proposito Federico Chabod, nel suo “Storia della politica estera italiana dal 1870-1896” spiega:

[…] Blanc dava addio alle “attaches du coeur”, alla tradizione del passato, per orientarsi verso nuovi ideali, e non di sola politica spicciola, ma anche di vita morale. Bando agli ideali sentimentali, e viva le cose “solide e sicure”, la scienza, la produzione, la forza: non era ancora la parola, ma era già il concetto di Realpolitik di gran moda poi […].
Politica come pura forza, quantitativamente precisabile: per questo – si diceva – già affacciarsi di concetti e idee alla prussiana,e assomigliarsi della “realitè” propugnata dal segretario generale degli esteri[…] e affinità fra le sue “choses solides” e la “realitè” che poi, divenuto re, Federico II aveva, a suo volta, posto a base del suo agire, e che ora appariva nuovamente il criterio di giudizio di Bismarck, l’uomo del giorno. Anzi, una realtà ancor ben più corposa e massiccia, costituita non soltanto di battaglioni ben inquadrati e armati ma di molte ciminiere di sonanti officine, e di gran copia di balle di mercanzie accumulate nei magazzini e via via poi per il mondo”

Francofilia e prussianesimo appaiono, da questa ricognizione nel pensiero del Blanc, del tutto antitetiche, portatrici di due segni di civiltà diversi. Nei filoprussiani del tempo esisteva la convinzione che la civiltà del ferro e delle “ciminiere di sonanti officine” fosse in ascesa, e che dovesse trionfare su quella delle “Les tendances de sentimentalitè ou de classicisme qui dominent encore tant d’esprits dinstinguès chez nous“(Blanc).
Non solo Alberto Blanc, ma anche esponenti più conservatori come Edoardo De Launay. ambasciatore italiano a Berlino, ponevano la questione su coordinate culturali e metapolitiche. Per il De Launay, di gran lunga più gallofobo che filoprussiano, la Germania prussiana rimane comunque il miglior antidoto ai rivolgimenti sociali di fattura francese, e lo spirito quadrato e gerarchico tedesco è il miglior guardiano della soglia per l’autorità, la cui mancanza, per il De Launay, è il vero dramma per lo Stato Unitario, in questo del tutto concordante col Guizot.

IL PRUSSIANESIMO: “PARACADUTE BUCATO” DEL CONSERVATORISMO

Il prussianesimo come via di risoluzione degli irrisolti problemi di civiltà dell’Italia unitaria, ha avuto coloriture varie: sia come “autodifesa” dallo strapotere francese, ma senza corrispettiva infatuazione per la Germania (Ricasoli e il gruppo della “Nazione”), sia come effettiva adesione al complesso valoriale e psicopolitico teutonico (Alberto Blanc) sia in prospettiva rivoluzionaria (Mazzini e Pisacane).
Ma più che in una prospettiva liberale e socialista, ancorchè lo zoccolo duro della prussianofilia si situò nella Sinistra Storica, l’orientamento verso la Prussia e l’antifrancesismo si colorarono delle tinte del conservatorismo e dell’antisocialismo. Il rifiuto della Francia correva sul filo di lana di ciò che la Francia aveva rappresentato nei decenni che vanno dalla Rivoluzione Francese alla Comune di Parigi: essa era assunta al ruolo di laboratorio politico mondiale, dove la triangolazione tra classi e gruppi politici raggiungeva i maggiori livelli di frizioni e di risolutezza. Francia voleva dire anche antibonapartismo, inteso come usurpazione continuata ed ideologizzata del potere legittimo, ma non solo: come riconosce Chabod, interrogandosi sulla gallofobia del Ricasoli e del De Launay, essi odiavano nella Francia la Francia stessa: vale a dire la peculiare portata rivoluzionaria delle scoperte umanistiche francesi, una su tutte l’illuminismo (e la sua “degenerazione”: il giacobinismo).

Contro il Giacobismo si scaglia per primo Ricasoli, che intravede, da cattolico praticante qual’è, nel giacobinismo la mancanza di qualsiasi verticalità e di qualsiasi rispetto per la fede, e soprattutto dalla ottenebrante compresenza all’interno del giacobinismo di una componente ragionevole, incarnata dai principi dell’89 e dal loro contrario, vale a dire il Comitato di Salute Pubblica. Ricasoli, per cui, partendo da un rifiuto del giacobinismo come “Esagerazione insipiente dei principi dell’89” arriva a chiedersi se sia davvero possibile fare la cernita, nel turbine violento della Rivoluzione Francese, tra Robespierre e la costituzione del ’91, se tra e due esista davvero una cesura non necessitante.
L’avvicinamento teorico al prussianesimo in Ricasoli diventa quindi contestuale al rifiuto dell’egemonia intelletuale francese. E’ questo un prussianesimo al ribasso, che non intende adottare i i ritrovati sociopolitici tedeschi, ma soltanto contrapporre questi alla “democrazia plebea” (definizione di Nicola Marselli), come possibilità, alternativa, eventualità contraria.
Di ben altro e più energico segno è il conservatorismo filoprussiano di Nicola Marselli, esponenti di spicco della burocrazia militare sabauda, che raccoglie nell’opera Gli avvenimenti del 1870-1871 la sua riflessione circa la convenienza nell’avvicinarsi alla Germania e adottarne i metodi sociopolitici. Egli è un liberale, la cui massima aspirazione è fondare un Partito Liberale nazionale, raccogliendo gli elementi moderati della Destra di Quintino Sella (per cui ha una certa venerazione) e della Sinistra Storica. Nicola Marselli comprende appieno che la Francia, indubbiamente fino al 1870 il paese dell’Europa continentale “leader”, rischia di trascinare alle sue condizioni il resto d’Europa. Per Marselli la Comune di Parigi e i rovesci politici del ’48, in senso sociale, sono il destino che attiene alla Francia, il cui sviluppo industriale, non regolamentato e “volgarizzato”, incendia inevitabilmente le masse popolari. Ripartendo dalla feconda (secondo Marselli) collaborazione franco-prussiana nel sedare i comunardi, Marselli auspica che la Francia “lasci” pacificamente alla Germania il ruolo che gli spetta, che ha dimostrato di possedere. Più della Francia la Prussia ha saputo coartare i propri strati popolari nell’industrializzazione e quindi sfruttare appieno la nazionalizzazione dei ceti popolari a fronte di una struttura valoriale e politica capace di contenerne gli eccessi, anche tavolta con una spinta militaristica. Marselli, in definitiva, rinviene nel prussianesimo uno strumento molto più efficace di repressione passiva ed attiva delle velleità rivoluzionarie, e pensa sinceramente che “se sotto il carro sociale a sistema francese non porremo una scarpa a sistema germanico, il carro andrà in frantumi” : quindi adozione del modello sociale francese con un controllo verticistico e uno stato sociale di foggia prussiana.
Marxisticamente, le parole di Marselli dimostrano che la nuova classe possidente unitaria si pone ragionevolmente il problema di come armonizzare lo sviluppo industriale italiano, e di come difendersi dalle sprerequazioni sociali diffuse e ampliate dall’Unità e dai suoi postumi. Il sistema prussiano meglio si adatta alle necessità industriali del neostato italiano, che deve sviluppare uno sostrato industriale serio ma al contempo si trova ad operare che una borghesia asfittica e localizzata in determinati punti, e non con un tessuto industriale vario e dinamico (Francia) o con una situazione internazionale come perfetta retrovia ad una Industria specializzata (Inghilterra). Come poi dimostrerà la Seconda Rivoluzione Industriale il modello prussiano otterrà enormi successi, mentre anche i sistemi “aperti” come quello inglese e americano dovranno ripiegare su dispositivi protezionistici e “socializzanti”. In un ottica dello sviluppo di classe il prussianesimo culturale è la miglior svolta della borghesia italiana, che prende una decisione e che trova il proprio modello ideale di produzione (anche se non sempre corrisponderà alla realtà).

IMPLICAZIONI DEDUTTIVE DELLA PRUSSIANOFILIA

Il prussianesimo, come abbiamo cercato di dimostrare, nelle elites italiane fu un orientamento culturale inestricabilmente connesso alla inerzia cavouriana precedente, decisamente filofrancese. In generale esso è perfettamente accomunabile ad altri fermenti intellettuali che attraversarono le burocrazia diplomatiche di tutta Europa, dall’Austria-Ungheria, alla Russia al Regno Unito. In Italia questo è tanto più urgente quanto più è collegato alla necessità delle classi dirigenti di trovare un paradigma sostitutivo di quello, obsoleto, del regno sabaudo.

Oltre alle precitate derivazioni culturali, il prussianesimo godeva di una sua peculiarissima dimensione strategica. Al contrario della Francia, competititrice agguerrita per un espansione mediterranea, la Prussia aveva una funzione stabilizzatrice e soprattutto di complementarietà con le prerogative italiane. Blanc in questo modo compendia le motivazioni geopolitiche dei prussianofili:

Notre base d’opération continentale pour nos destinées futures dans la Méditerranée, ou la France, et meme l’Autriche pour l’Adriatique, sont nos rivales naturelles”

La preferenza verso la Prussia che verso la Francia vuol dire, per paradosso, maturità da parte delle elites dirigenziali italiane, che avevano giustamente inteso le linee di sviluppo della geopolitica europea, e avevano parimenti intuito quale miglior modello sociale potesse giovare allo sviluppo dell’economia italiana.
Tale indicazione, tuttavia, rimase molto sulla carta, e l’importazione culturale di stilemi prussiani si limitò ad un avvicinamento diplomatico,limitato soprattutto al governo Crispi e alla firma della Triplice Alleanza (1882), poi disattesa dagli stessi italiani.
Esiste quindi il problema aperto di rispondere alla domanda se e in che misura il modello tedesco fosse percorribile dal giovane governo italiano e dalla sua borghesia asfittica. Di probabile c’è che una sudditanza economica ai progetti anglo-francesi (segnatamente dopo l’incidente di Tunisi, 1881) non abbia favorito la personalizzazione italiana e ne abbia invece foraggiato la passività. L’alleanza, tuttavia, col polo tedesco/mitelleuropeo lasciava inalterata anche per il futuro anteriore la risoluzione della unificazione, a cui mancavano all’appello le terre ancora sotto il dominio austroungarico.

Lorenzo Centini

fonte: http://ruberagmen.blogspot.it/2015/10/litalia-unita-tra-francofilia-e.html

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